sabato, 07 novembre 2009
03:04 ConfessoreNotturno

che hai fatto di bello stasera ???


03:04 Simone

ho visto un film

e ora sto aggiornando il blog


03:05 ConfessoreNotturno

quindi tu saresti un mezzo poeta dei giorni d'oggi....giusto ???


03:05 Simone

assolutamente no

mi capita pure qualche poesia

ma non sono il mio forte



03:06 ConfessoreNotturno

allora cos'è, una spece di diario? ...scusa l'ignoranza ma nn ho capito bene ...


03:07 Simone

diario

pensieri

recensioni

scrivo quello mi viene

anzi

quando mi scappa

visto il titolo..
.


03:09ConfessoreNotturno

grande...

non conosco molte persone che esprimono delle emozioni cosi apertamente e le condividono con alti... è ammirevole



03:10Simone

grazie

ma credimi, molti hanno un blog

e poi fai caso a una cosa

il blog contiene i cazzi miei

spesso

ma quasi mai sono chiari

non faccio mai nomi

descrivo dettagli di cose

non do sempre il quadro d'insieme

solo qualcuno può capire a cosa mi riferisco



03:12ConfessoreNotturno

è ovvio, la persona indirizzata lo capirà sempre... perche c'è stata coinvolta anche lei


03:13Simone

o a volte non è indirizzata a nessuno

sono stati d'animo che descrivo ma non contestualizzo



03:15 ConfessoreNotturno

comunque fai bene ...è molto bello quello che fai..è come uno sfogo...un amico che ti capisce sicuro...


03:16 Simone

ma l'amico poi sarei io

che mi rileggo



03:17 ConfessoreNotturno

eh si..

chi ti può capire meglio di te ???

no ????



03:18 Simone

:) :)


03:20 ConfessoreNotturno

posso farti una domanda???


03:20 Simone




03:20 ConfessoreNotturno

come mai proprio letamaio l'hai chiamato ???


03:20 Simone

allora prima non mi hai capito

leggi il sottotitolo



03:22 ConfessoreNotturno

si ok ma un letamaio è dove cagano le bestie ...o mi sbaglio??


03:23 Simone

embè?

dici così perché il letame ti fa schifo

ma pensa bene a cos'è il letame



03:24 ConfessoreNotturno

non sono il tipo che si schifire da un pò di letame...


03:24 Simone

bene

allora pensa a cosa sia in realtà



03:24 ConfessoreNotturno

il letame può essere anche concime

giusto??



03:26Simone

no

cioè sì

ma intendo questo solo in parte



03:27 ConfessoreNotturno

dai cosa può essere ....

....mmmm...

non mi viene niente in mente



03:29 Simone

tu quando la fai

perché la fai?



03:29 ConfessoreNotturno

perche mi scappa ???


03:30 Simone

e uno

poi

farla è una cosa che ti viene.. come..?



03:30 ConfessoreNotturno

hahahaha :):)

non ne posso piu dal ridere !!!!



03:31 Simone

tu ridi mentre caghi? mi fa piacere


03:31 ConfessoreNotturno

pero è divertente questo giochino


03:31 Simone

dai voglio che ci arrivi


03:33 ConfessoreNotturno

mi viene naturale


03:33 Simone



hai colto

ti scappa

ti viene naturale

e da dove ti esce?



03:34 ConfessoreNotturno

hahahahahah


03:34 Simone

(per favore niente volgarità)


03:34 ConfessoreNotturno

ti giuro sono piegato in due dal ridere :D:D


03:35 Simone

dai da dove ti esce?


03:35 ConfessoreNotturno

dalle orecchie...


03:36 Simone

ah

cazzi tuoi!

e dell'otorino..

senti

dai

ti esce dal culo

o almeno spero per te

ma il culo di cosa fa parte?



03:37 ConfessoreNotturno

oh mio dio di cosa fa parte...

sarà del corpo



03:37 Simone

oh

e il corpo di cosa fa parte?



03:38 ConfessoreNotturno

quindi è una cosa che ti esce naturale dal profondo del tuo corpo


03:38 Simone

una cosa del genere

ricapitoliamo

il letame

ti scappa

ti viene naturale

ti esce dal corpo

fa parte di te

questo è quello che voglio che sia la mia scrittura

il blog è il contenitore

quindi se quello che scrivo è letame

il mio blog cos'è?


03:40 ConfessoreNotturno

ma una cosa che ti usciva dall'anima anzichè dal culo non era meglio??


03:41 Simone

no perché non la butto sulla spiritualità

ma sulla naturalità della cosa

pensaci bene

ci sono poche cose naturali come il letame



03:41ConfessoreNotturno

hai proprio ragione


03:42Simone

l'importante, comunque, è che nessuno prenda spunto dal nome del blog per dirmi che scrivo di merda...
lunedì, 02 novembre 2009
Ora è silenzio, ma prima era tutto fumo e ruggine. Materia morta da ingoiare. Ingoia. Ingoia. Ingoia. I bambini cadono, i cuscini si macchiano di nero. E si lava sempre troppo tardi quello che qualcuno vorrebbe avessi già lavato.

Ora è silenzio. Sono occhi su un monitor o su un giornale proibito. Sono deviazioni di percorso. Sei tu, sono io. Siamo noi, amici della vita. Che le vogliamo bene più di quanto lei dimostra a noi di volerne. Anche se gli occhi sono sempre troppo appannati di trucco e lacrime, di pensieri e distrazioni, per vedere davvero. E così non capiamo. Ingoia. Ingoia. Ingoia. Ma fatti quel fottuto sorriso, tu che puoi. Tu che sei libera più di quanto non creda.
venerdì, 30 ottobre 2009
Le case cambiano, e non solo quelle. Sei mesi di un ritorno all'avanti, con la testa chissà dove. Sulle spalle qualche nuova consapevolezza. Nella sfera di cristallo il solito ignoto a cui è meglio non dare troppo peso. Meglio stiracchiarsi, giorno dopo giorno. Meglio girare per la cucina che in realtà è la camera da letto di qualcun altro. Speriamo bene. E' che la camomilla fa sudare. Figuriamoci il caffè.
lunedì, 26 ottobre 2009
BolognaIl retrogusto di whisky della sera prima. Quella voglia-non-voglia di fare, di andare. Un nuovo varco. Una nuova porta alle porte. Nuova ma in fondo vecchia. Un passo indietro per andare avanti.

Saluti alle Torri. Ai portici. Alla cordialità di tanti e alla scontrosità di pochi. Al 19 e i suoi orari sballati. Agli urli insensati del compagno di stanza. Alla tv sempre accesa ma non per me. Alle nuove amicizie e ai contatti che sfuggono via. Alle incertezze di sempre e alla speranza di capirci di più. Alla voglia di andare avanti nonostante le incognite che non se ne vanno. Alla prontezza di riflessi verso il nuovo che arriverà. Alle russate nervose dell'orso Bruno. Ai fumetti non letti e a quelli messi in archivio. Al fumettaro nerd fino al midollo, che secondo qualcuno sembra uscito dai Simpson. Agli "inutili stagisti". Alle andate e ai ritorni per l'amico lontano, e per l'amore da riscaldare e da consolare. Al solito vizio di accumulare carta e impegni con l'illusione dello smaltimento. Agli articoli mancati e alle firme rubate. Alle interviste in stand-by e all'amica pagina 28. Alle guinness e ai bis che non ti aspettavi. Alle banche ovunque. Ai parrucchieri qua e là. Ai quotidiani esauriti. Ai giornalisti impigriti. Alle polemiche facili e alla voglia di guardare oltre i tralicci. Allo sconto del 10%. Ai primi fin troppo abbondanti. Ai decaffeinati offerti dal Bar Propaganda. Alla redazione troppo di destra. Al bisogno di un altro giornalismo. Alle tragedie di famiglie che non potevi conoscere. Ai giornali stravolti a metà pomeriggio. Al cane maculato del caposervizio, sempre in cerca di carezze e delle mie schiacciatine. Al bombolone nutella e panna montata dell'ultima notte. Alla polvere che resta anche se la spazzi via. Ai governatori viziosi e agli scandali a comando. Ai doppi sensi. Alle telefonate tristi e a quelle che mi hanno fatto ridere. Alla lacca spruzzata in testa come parmigiano sulla pasta. Ai coinquilini onesti con cui si chiariscono anche le cose difficili. Allo sciopero degli autobus e all'odissea dell'ultimo venerdì. Alle attese di fronte a un monitor. Ai blog aggiornati. Alle pause sigarette degli altri. Alle commissioni strappate come un clandestino. Ai giri del mattino utili come ossigeno in una cassa da morto. Agli accappatoi che cadono dalle stampelle. Agli armadi che cigolano. Alla cucina che qualcuno pulisce, ma che dopo dieci minuti è più sporca di prima. Al mal di schiena per il troppo virtuale. Alla birra rossa, quella buona. Alle belle sensazioni. Ai treni presi quasi al volo. Ai ritardi voluti e a quelli che vivono di vita propria. Agli amici distanti che sono sempre più divisi. Alle mezzore al telefono. Alla voglia di leggere. Al fondente alle 2 della notte. All'ovetto Kinder di ieri sera e alla sorpresa che non ho ancora montato. Alla vasca con lo scarico più lento di me. Alla lettera di Saviano letta in più serate e che devo ancora finire. Alla retorica di certi fondi. Agli occhi che si chiudono e al coinquilino che mi dice che russo quando invece è il contrario. Ai social network. Alle nuove case che non si trovano, o che qualcuno non vuole trovare. Ai genitori schizzati. Ai tram snodati che se ti appoggi nel mezzo ti si curvano dietro la schiena. Alle bottiglie di plastica ammucchiate come i criceti con il mangime. Alle solite intenzioni. Alle belle vibrazioni. Alla torre animata che mi ha raccontato la sua storia. Ai graffiti cancellati. Alla politica sterile e alle polemiche strumentali. Alla vedova di Pavarotti e ai concerti a rischio. Al nuovo allenatore e alla pace che non abita più in curva. A Giovanni e a quanto troppo ci assomigliamo. Al fascismo di redazione e alla goliardia dei cinici. Alle spruzzate di rosso qua e là. Alle tartarughe giganti. Al gelato cremoso. Alle foto, poche ma buono. Allo strabismo dei miei stage. Al modem nuovo. Al caldo e al freddo. E poi al freddo e al caldo. Al raffreddore. Ai giubbotti portati a mano. Alla borsa sempre a tracolla. A Studio Aperto e ai cani in valigia messi in quarantena. Alla ricerca di collaborazioni. Alle recensioni che vengono e vanno. Ai vicini virtuali. Alla radio come nuova frontiera. Alle emoticons. Al sarcasmo sempre e comunque. Al phon e ai suoi turni di notte. Alle docce fatte alle 3. Alle cibarie avanzate. Al pub fighetto e fracassone davanti casa. Alla partita scroccata. Alla carta igienica che sparisce. All'inquilino segregato in camera sua. Agli occhi strabici di quel mezzo capo. Alla lavanderia truffatrice. Al kebab più schifoso di sempre. Ai giornali che io e l'altro stagista dobbiamo assolutamente fondare. A Coliandro il sabato notte. Ai film a metà. Ai finti caffè che hanno spaventato qualcuno. Alla politica secondo il coinquilino. A Chiambretti. Alla boxe e a chi interessa. Ai post immaginati. Alle parole su parole. Al desiderio di cambiare sesso di chi la sponda l'ha già cambiata da un po'. Agli amici delusi. Ai risotti così così. Ai troppi capelli lasciati sul fondo della vasca. Ai rimproveri e alla sfiducia. Alla voglia di qualcosa di vero. Alla fame di vita che non si sazia con due mesi di trasferta.

Bye bye Bologna. Ti porterò dentro, perché io dentro porto tutto. Ti metto lì nell'angolo, su una panchina da cui un giorno potrei farti rialzare. Ti metto in pausa, mentre io resto in play. Magari un giorno giocheremo di nuovo insieme.
venerdì, 23 ottobre 2009
Ang Lee ha il difetto di essere piatto e il pregio di non farlo pesare troppo. Ogni tanto usa un artificio che movimenta le acque, ma fatica a dare un ritmo ai suoi film. Motel Woodstock non fa eccezione. Non è facile prenderlo in simpatia già dal primo minuto. Ci si fanno bastare le scene in cui in fondo non si fa altro che dare un'impostazione a storia e personaggi. Tutto regolare, ma all'incipit manca un po' di anima. Questo prima del decollo, anche se Lee non sembra avere molto da raccontare. Ma comunque tanto da dire.

Il suo ultimo lavoro è un monumento agli hippies costruito con la celluloide. Non semplicemente alla cultura dei "sessantottini" (puntare sui dogmi sarebbe come tradire lo spirito del film e dei loro protagonisti), bensì al loro mondo di colore e di libera energia. Alle vibrazioni contagiose che lentamente cambiano quel mondo fossile, rigido e chiuso in cui si svolge un'azione che è poco azione ma tanto spirito. Lo spirito di un momento che oggi suscita la nostalgia di tanti, reduci di quella guerra di idee rivoluzionarie combattuta a suon di fiori. Chissà quanti spettatori in sala si rispecchieranno in Elliot, il (fin troppo) bravo ragazzo che scoprirà se stesso tra psichedelia indotta e sesso a prescindere dal sesso.

Lee ha saputo far esplodere una storia con poca storia, raccontando un cambiamento lento e che non comtempla scossoni. Perché a far uscire i personaggi dal proprio asse ci pensa il grande concerto hippy. Tutto il resto è noia. E' scossa d'assestamento. Il mondo se la prende con quel ragazzotto che ha portato la rivoluzione tra le colline, ma dopo di un po' se lo dimentica pure il regista. Il centro di tutto è quel grande motore fatto di luci e di qualche ombra. Di note e di libertà. Che Lee immortala concentrandosi sulle persone più che sui fatti. Su quell'anima che all'inizio sembrava mancare. Ma che a un certo punto toglie la maschera, e si ritrova al centro del palco nel ruolo di primadonna.



giovedì, 22 ottobre 2009
Mi prendo e mi rovescio. Mi amo, ma è come se mi odiassi. So le mie certezze, conosco le mie debolezze. Ma nonostante questo mi nego a me stesso.

Ho delle qualità. So di averle. Non dico quali, potrei fallire il bersaglio. Però so di averle. Però sono colpevole. Però non mi tollero nel mio non tollerarmi. Nel sotterrare le mie doti con del terriccio inutile. Nel trattarmi come fossi un despota di fronte a un suo suddito. In un gioco di coscienza e di incoscenza, di consapevolezza e di dimenticanza, di rigore e di perdizione. Di ordine e di disordine.

Ho deciso. Mi dissotterro.
martedì, 20 ottobre 2009

Gli alieni siamo noi, o se non lo siamo poco ci manca. E se non siamo alieni, allora forse siamo mostri. In District 9 si confondono i limiti tra normale e diverso, tra integrato e rinnegato, tra buono e cattivo. L'alieno come metafora dell'immigrato. Accolto, ma con molte riserve. Oggetto di giudizi e di pregiudizi, talvolta motivati talvolta no. E sfruttato per scopi che esulano dalla morale umana. Perché umani, appunto, in fondo non lo siamo più. L'esordio alla regia di Neill Blomkamp, noto più che altro per i suoi video musicali e nel mondo della pubblicità, è un "mostri contro alieni" dove i mostri hanno la faccia pulita. La nostra.

Crudo. Diretto. Cinico. District 9 è una mela succosa dalla buccia ruvida. Piena di sostanza, ma non troppo semplice da mangiare. E sicuramente poco dolce. Perché non risparmia nulla all'immaginazione, e perché ci rivela quel volto scomodo e mostruoso in cui non possiamo fare altro che rivedere noi stessi. O quello che potremmo diventare.

L'avvio è nervoso, girato come una sorta di docufiction, o un reportage televisivo in presa diretta. Una fase lunga ma dal ritmo veloce, che fa già capire come Blomkamp non ami troppo il cinema commerciale. Una regia che potrebbe stancare, ma che aiuta a creare quel clima di tensione e di accerchiamento che resterà immutato fino all'ultimo minuto. Complici le musiche.
Nel mezzo si cambia un po' registro. District 9 si fa improvvisamente più hollywoodiano, come fosse un blockbuster low cost, senza però arrivare davvero a quello "user friendly" che potrebbe banalizzare il tutto. E alla fine sopravvive ai titoli di coda la sensazione che Blomkamp, con Peter Jackson in veste di padrino d'eccezione, abbia voluto dirigere una pellicola sugli alieni più originale di tante altri. A partire dalla storia in sé, che vede gli "ospiti" arrivati dallo spazio ghettizzati in un enorme campo di accoglienza, il Distretto 9. Poi il trasferimento forzato. Fino a che un umano, e non uno qualsiasi, si ritrova vittima di un meccanismo più grande di lui. Un agente del governo incaricato di comunicare lo sfratto agli alieni, che entrando in contatto con uno strano fluido inizierà a cambiare fuori, ma soprattutto dentro. Dalla contaminazione alla (lenta) metamorfosi, passando per la conquista obbligata di una nuova prospettiva.

domenica, 18 ottobre 2009
Voglio un paio di calzini color turchese, e girare davanti alla bottega chiusa del mio barbiere spipacchiando una cicca tra pensieri che mi fanno andare avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Voglio finire su un programma di intrattenimento-approfondimento-straniamento-disorientamento. Di autodistrazione di massa. Voglio essere un giudice scomodo, ma scomodo solo perché faccio il mio mestiere. Perché voglio diventare famoso. Perché voglio che tutto il mondo rida per i miei calzini turchesi. Perché voglio diventare il protagonista di quella "tv verità" dove la verità sta solo in fondo al culo. Voglio diventare qualcuno, in quella tv della realtà dove la realtà è la non-realtà che fa comodo a qualcuno. Di quell'informazione della disinformazione dove noi siamo i pedoni e loro, i somministratori di verità deviate, i maestri di una scacchiera i cui confini non c'è concesso guardare se non da lontano. Fino a che non ci dimentichiamo di tutto. Fino a che non ci arrendiamo a essere spettatori annoiati, in cerca di gossip giudiziari bipartisan per tornare in qualche modo a sentirci vivi. Noi che i calzini color turchese non li portiamo. E che in tv, non ci finiremo mai.



venerdì, 16 ottobre 2009
Ci sono fasi e fasi, ma alcune fanno incazzare di più. Ci sono quelle che passano via come un lampo, e quelle che invece ti restano col fiato sul collo finché non ti decidi a scrollartele via. Ma non sempre ne hai la forza. Altre volte, invece, sei in altre faccende affaccendato. E non capisci dove sei né dove stai andando. Perdendoti nel flusso delle cose. Nervoso e scazzato per la tecnologia ribelle e per quelle stesse fasi e fasi che si divertono a fare le anarchiche. A fare le stronze. A correre via mentre tu non puoi far altro che camminare, e ti viene l'affanno all'idea che non le raggiungerai mai. Con in testa un pensiero latente. Quella voglia di puntare i piedi e di fermare tutto.
lunedì, 12 ottobre 2009
domenica, 11 ottobre 2009

SANY0039-3
Per il Toscano c'è sempre tempo, e lui lo sa. Lui che è un po' l'anima della mia famiglia, di quell'albero dai rami un po' strani. Il centro dell'agire, e del pensare senza tanti blocchi. Mio zio è giovane dentro, e anche un po' fuori. Ancora. Però un tempo lo era di più. Fuori, e anche un po' dentro. In questi ultimi anni l'ho visto un po' spegnersi. Quell'anima non abbaglia più come prima. Ma fa ancora tanta luce.

La campagna è un paradiso. Forse il cognome di mia nonna non è del tutto un caso. Perché se unisci i puntini senti la pace dentro, a vivere giornate come quella di due domeniche fa. Forbici alla mano, e tanta voglia di dire cazzate, con l'amico delle mandorle e una metà di quell'albero buffo. Abbiamo raccolto l'uva, era il giorno della vendemmia. Il giorno della festa. Il giorno del riposo. Del riposo lavorando. Della pace. Della liberazione dal nulla, perché sotto sotto non c'è nulla che c'imprigiona davvero.

E poi un pranzo da re. Ai fornelli, il meglio di quell'albero. Mia nonna, mia madre. E il palato gode. La tavola era piena, più tardi le nostre pance l'hanno imitata senza tanti complimenti. Non mancava nulla. Anche se qualcuno non era d'accordo.

Ci siamo seduti nel vecchio campo da bocce. Abbiamo messo le nostre sedie quasi sul fondo, e quasi a cerchio. Mio zio si è acceso un sigaro. Un Toscanello. Ecco cosa gli mancava. Lo aveva preannunciato. Ed eccolo lì, lui che non fuma, a spipacchiarsi quel bastoncino marrone. Se l'è gustato. Si vedeva che è uno di quei piaceri che si toglie solo di tanto in tanto. Solo nelle occasioni speciali. Solo quando la natura ti esplode intorno e ti sblocca le vene. E ti fa sentire il sapore di mosto di quegli istanti così speciali.

La verde era con noi, con il suo trucco diverso che la faceva ancora più chiara. Ancora più bella. Ancora più verde. Sono fioccati massaggi. I brividi di quel mese mancato.
Sulla mia pelle sono passate sensazioni vecchie, ma in fondo nuove. L'impressione di un'altra vita. La gioia di una gioia diversa dal solito. Una prospettiva diversa. Il dio regista ha inquadrato la mia vita da un'altra angolazione, giocando con lo zoom per farmi vedere meglio le distanze e le profondità. Facendomi vivere una giornata da re senza corona, ma con un regno grande così. Un sovrano senza potere, perché in fondo del potere se ne frega. Sa di poterne fare a meno. Una rinuncia più che accettabile. Anche se sa che le rinunce non sono tutte uguali. Quel sigaro, per esempio, gli è rimasto sul gozzo. Perché non l'ha fumato. Non si è lasciato andare, nonostante la generosità dello zio. E quel giorno di vita ora gli sembra un po' meno vivo.
Ma sì, in fondo è vero. Per il Toscano c'è sempre tempo.
sabato, 10 ottobre 2009
Basta un nome, uno soltanto, e tutto scoppia. Una parola, una sola, e il mondo intorno cambia. La prospettiva si prende una scossa. E ti scopri sodomizzato dalla percezione, da un riflettere sbagliato. Anche se il giusto non esiste, se non nelle favole.
giovedì, 08 ottobre 2009
Credo nella democrazia, ma non ne faccio un affare di Stato. Anche se lo è. Credo nel potere del popolo, nonostante mi suoni strano. E non poco. Credo che io conti quanto gli altri, e che gli altri contino quanto me. Nessuno escluso. Credo nella democrazia, sì. Anche se ne vedo la crisi, ne vedo le metastasi avanzare. Credo sia la via giusta, ma non quella definitiva. La democrazia rappresentativa è imperfetta. E prima o poi morirà schiacciata dal suo essere macchinosa, astratta, ipocrita, omertosa.

Ma da sempre nascondo un fuoco dentro di me. Brucio contro l'oppressione. M'infiammo se qualcuno castra me o qualcun altro. O se anche solo ci prova. E' per questo che so che oggi è la festa del popolo. Il lodo Alfano è stato bocciato da chi di dovere. Anzi no, perché il dovere sarebbe stato del popolo stesso. Invece c'è chi l'ha accettato. Chi ha creduto nella favola della governabilità smarrita. Rapita, magari, dal drago comunista. C'è chi ha messo in secondo piano l'uguaglianza tra gli esseri umani. Come se il presidente di turno fosse il supereroe che tutto può. Come fosse il dio da venerare e a cui tutto è concesso. Come fosse naturale che chi comanda debba poterlo fare senza l'ombra di un ostacolo. Anche se quell'ostacolo si chiama "legge".

Oggi mi sento di stringere la mano a ogni singola toga di quella Corte Costituzionale che ha provato a dare un timido calcio alla legalità e alla giustizia più autentica. Rianimandola un po'. Riequilibrando, magari solo per poco, uno scenario politico, giuridico e ideologico ormai del tutto fuori asse. Per questo oggi è la festa del popolo, ma forse il popolo nemmeno lo sa. E tantomeno se lo merita.


martedì, 06 ottobre 2009
Pioggia di voci sotto un cielo sereno. Le lamiere correvano come sempre, fulmini su rotaia carichi di anime senza una meta vera. Anche se credono di averla. S'illudono e non lo sanno.

Fano-Bologna. Gli occhi aperti per dovere, con il sonno che arriva soltanto quando è ora di scendere da treno. Quello che ti fa cambiare città. Che ti fa cambiare vita. Che ti fa girare per un verso diverso dagli ultimi giorni di quiete. Che ti cambia il paesaggio. Che ti cambia prospettiva.

Ho fissato il sole. Lui di lì non si muove, mentre io con il mio sguardo vago come un'anima in pena. E in piena. Di idee. Progetti. Intenzioni. Perplessità. Dubbi su cosa conti davvero. Se il senso delle cose o se le cose del senso. Se la logica o la sensazione. Se il cervello oppure la pelle.

Mentre la palla accesa e rossastra surfava sull'azzurro fuorionda, il vagone colmo di studenti chiacchierava di derivate e di colazioni al bar di fronte alla facoltà. Parole che mi sono entrate con tutto il loro sale. Saporite sì, ma a cui mancava qualcosa.

E' che in fondo lo so che non c'è niente che conti davvero, se non le cose a cui diamo valore. Che il senso è costruito, oppure è amore o sopravvivenza. Che tutto quel che facciamo è infarcito di un significato diverso dall'atto in sé. E questo è bene e questo è male. Questo è. smile.

Ed è che in fondo io lo so, che la scritta in redazione qui davanti a me non è un caso, ma il messaggio di un alieno. "Di certo esiste solo il particolare scopo del momento presente". E quella palla rossastra me lo diceva, preso com'era a ondeggiare su quella sua tavola d'aria effervescente. E naturale. Lui lo sa, quell'alieno di un sole. Terrestre ma diverso. Immigrato in casa propria. Viaggiatore silenzioso del mattino senza l'ombra di un bagaglio. Se non quella sua saggezza che nessuno vede mai ad occhio nudo.
venerdì, 02 ottobre 2009
Quest'aria che non c'è è piena di niente. Quest'aria che non c'è la si fatica a respirare. Polveri poco sottili di realtà, avara di quella vena che porta avanti il mondo. Che porta avanti me. E da cui volentieri mi faccio accompagnare. Trasportare oltre il noto, verso una lotta a mani nude con l'ignoto. Verso chissà dove, non si sa. E non lo voglio nemmeno sapere.

Questo è un mondo arido senza troppa fantasia. Too much reality. Non è il mondo che vorrei, ma è pur sempre il mondo che c'è. Da prendere o lasciare. Da amare spontaneamente, o per una qualche forzatura degli eventi. Dei percorsi. Dei trascorsi. Degli atti e dei fatti. Delle scelte. Lui è così, e non cambierà. Amalo e basta.

In streaming è tutta realtà. Non c'è spazio per creare. Non c'è tempo per creare. E io che sono un piccolo dio, lavorerò per me senza tanto pregare. Sette giorni non mi basteranno. Male che vada, poi, sarà pur sempre domenica.
giovedì, 01 ottobre 2009

Solo i geni del racconto possono fare a meno di una storia. Solo gli autori con una o due marce in più possono immaginare e dirigere un film che è quasi senza trama, e regalare lo stesso delle grandi emozioni.
Anni '50. Due bimbe cambiano casa insieme al loro papà. Si trasferiscono in pieno verde, tra il bosco e le risaie di chi vive proprio come una volta. Mentre la mamma è ricoverata in ospedale, dicono per un raffreddore.

Fine. Scossoni non se ne vedono, se non verso il finale. Nel mezzo è tutta scoperta. E' pura esplorazione in chiave infantile, con l'entusiasmo e lo stupore che solo i più piccoli possono avere. Sin dall'inizio ci si ritrova a correre con Mei e Satsuki, senza sosta. E sarà così fino alla fine. La casa. Il bosco. Le risaie. Il mio vicino Totoro è quasi un documentario sulla quotidianità più sana. Su un modello familiare che rimanda a una purezza di altri tempi. Su quel reciproco rispetto tipico della società giapponese.

E nel mezzo c'è lui, Totoro. Lo spirito del bosco peloso e ridanciano che ogni tanto fa capolino. Ma solo ogni tanto. Le vere protagoniste sono le due sorelline e la loro innocenza fanciulla. Sono i loro occhi sgranati, i loro sguardi persi di fronte alle stranezze, che non scalfiscono minimamente il loro coraggio e la loro voglia di scoprire. Nemmeno se ci sono i "nerini del buio".

Hayao Miyazaki è considerato il Walt Disney dagli occhi a mandorla. Le sue opere parlano quasi sempre di un universo bambino, raccontato senza prendere tanto per i fondelli chi sta dall'altra parte dello schermo. La sua è una narrativa animata fatta di sguardi fanciulleschi e di una natura magica e amica, in un interscambio di affetto, rispetto ed emozioni che fanno venire gli occhi lucidi. Il mio vicino Totoro ti tocca dentro senza sconvolgerti. Ti apre il cuore senza volerti per forza commuovere. Ti riporta indietro, a un tempo di meraviglia vera e di fantasia senza freni. E Miyazaki fa tutto questo quasi senza una storia. Arrivando dove soltanto i geni possono arrivare.


lunedì, 28 settembre 2009
martedì, 22 settembre 2009

Siamo come reti di letto appoggiate al muro. Dove non possiamo stare, dove invece veniamo lasciati. Siamo di passaggio, qualcuno ci porterà via perché non siamo dove dovremmo essere.

Qualcuno decide per noi.
Ora, noi, decidiamo per qualcuno.

lunedì, 21 settembre 2009

CIMG4035_2Anatre e cani. Quel mondo verde è un bestiario incredibile. Un piccolo universo di acqua e terra, di geiser artificiali e di sensazioni inondate di natura. Lo abbiamo attraversato senza ancore, senza salvagenti, senza scialuppe. Anche senza remi, forse. Eravamo barca senza neanche saperlo. Un porto di arrivo non c'era, solo quelle leggere vibrazioni. Solo il farsi compagnia in quella reciprocità perduta. Solo quello stare insieme che ricorda tempi tanto lontani da far venire il dubbio che non siano mai esistiti.

E verde non era solo quel piccolo pianeta. Verdi erano anche gli occhi di chi lo stava scoprendo, guardandolo per la prima volta. "E' un parco", ha detto appena arrivata, quasi per sminuirlo.
Il resto è venuto da sé. Ospite d'onore senza invito. Le pupille come specchio di un mare erboso in cui tuffarsi, mentre cuccioli di cane e cuccioli d'uomo andavano e venivano mostrando le tracce di una vita diversa.

E se la perfezione non esiste, vero è che ci si può avvicinare anche solo seguendo il flusso della casualità. Senza saperlo, senza premeditarlo. Le porte si aprono anche senza spingerle, senza fare troppa pressione sulla maniglia. A volte basta un soffio, e tutto torna di quel colore. Di quella bellezza delle origini che nemmeno ci si ricorda più. Di quelle emozioni, di quelle labbra senza freni che riscaldano anche il gelo più solido. Di quel vivere diretto chissà dove. Chissà perché. Chissà per cosa.

mercoledì, 16 settembre 2009


Non tutti ci riescono, ma è chiaro che non è impossibile. Dare continuità a una serie di film. Preservarne la freschezza, di volta in volta come fosse la prima. Saper salvare il buono che si era riusciti a fare. L'era glaciale 3 è come il primo ecome il secondo episodio. Spassoso e con una bella storia. Con in più un certo gusto per le citazioni.

I personaggi li conosci, l'odore di nuovo si è perso inevitabilmente. Ma ogni volta è come fosse un esordio. Basta una tramasemplice e piena di amicizia, esaltare il senso di quel legame e far ridere lo spettatore con una comicità che sa sempre rinnovarsi. E osare ogni tanto. Che anche se sai cosa aspettarti, trovi sempre qualcosa di più. Ad esempio, un nuovopersonaggio che ben si amalgama con agli altri. Ma che è molto, molto diverso da tutti loro. E che riesce, a tratti, a essere ancora più scemo e divertente.

In un'era glaciale ma non troppo, il gruppo di animali preistorici più eterogeneo della storia del cinema si ritrova in un mondo sommerso dai ghiacci in cui regnano ancora i dinosauri. Il motore della nuova avventura è il solito casinista, Sid il bradipo, preso da una smania di paternità sulla scia dell'amico mammut, in procinto di diventare papà. Peccato che come "figli" si sia scelto tre uova di T-rex, che c'abbia disegnato sopra delle facce senza capo né coda per "umanizzarle", che le abbia rinominate nel modo più scemo (ed esilarante) possibile e che dopo neanche un giorno si siano schiuse. E che la mamma sia già pronta a reclamare i suoi piccoli.

L'era glaciale rompe in scioltezza quella che per molti è la maledizione dei sequel. E non solo per gli incassi record, ma soprattutto per la straordinaria capacità di non invecchiare mai nonostante il passare degli anni. Che se fossero tutte così, ben vengano le maledizioni.

 




lunedì, 14 settembre 2009

I cani alla parete sembrano gioiosi. E anche se non lo sono, sono sempre se stessi.
Da sotto la musica di una scuola di danza moderna.

I sogni son desideri che stanno in fondo al cuore. E' che a scavarci dentro non siam tutti capaci. Non tutti ci arriviamo, a quel nucleo di magma vivo e rovente.

Ma il fiuto no, quello non lo perdi mai. Che anche se non sei gioioso, puoi sempre essere un cane da appendere alla parete. Un esemplare qualsiasi di cane. Ma sempre, fondamentalmente, un cane esemplare.

sabato, 12 settembre 2009
giovedì, 10 settembre 2009

Leggo e scrivo tutto il giorno. La sera, quando esco, i miei occhi minacciano il divorzio. Passo il mio tempo lungo fiumi di parole che non sempre riesco a controllare. E mi sento pieno, attivo. Pure troppo. Mi sento come se non mi bastasse il tempo per fare tutto quello che mi frulla per la testa. Il solito, insomma. Mi sento limitato nel mio fare poco e nulla. Mi sento acceso, sì, ma poi capisco che qualcuno, chissà dove e chissà quando, deve aver premuto l'interruttore del risparmio energetico.

Ne divento consapevole, e non succede mai per caso. E' che dall'esterno qualcosa finisce per muovermi dentro. Mi fa vedere come il mio essere sveglio sia facilmente paragonabile all'illusione del sogno. Dove credi che sia tutto vero. Reale. Vivo. E invece è sempre poi che lo capisci. Che gli occhi si aprono davvero, e che lo fanno in un secondo momento. Che tu ci sei. E che tu, tu stesso sei vivo. Vivo davvero.

Un collega se ne è andato per una mezzora, ed è tornato accompagnato. Credevo stesse andando a prendere il figlio, aveva detto che qualcuno era rimasto "a casa da solo". Ho pensato a un povero bimbo orfano di giochi e di tv, un pargoletto che avesse bisogno del suo papà.
Invece il collega si è presentato con un cane. Un dalmata. Un bellissimo dalmata. Anzi, non è che fosse poi così "bellissimo", ma nel momento in cui l'ho visto mi è sembrato il più bello del mondo. Un'occhiata, ma ero ancora preso dal flusso verbale che mi scorre davanti imperterrito. Poi ho realizzato. Davanti a me c'era un cane, infine l'ho capito. Ho sgranato un po' gli occhi. Lui era lì. L'ho guardato muoversi, gironzolare attorno al mio collega, cercare una posizione in terra, forse in cerca di un po' di fresco in questo rinculo di afa estiva. Ho sentito l'empatia esplodermi dentro. Ho capito che quel momento era vero. E che ero tornato a essere vero pure io.

mercoledì, 09 settembre 2009

Prosciutto e mozzarella. Sembra essere diventato il mio pranzo. Prosciutto e mozzarella, con intorno del pane o qualcosa di simile. Oggi no, niente pane. Oggi prosciutto, mozzarella e focaccia. Un malloppo pesante ingurgitato al bar. Uno dei pochi intorno a quel posto in cui sto tanto e faccio poco. E non per colpa mia.
Ho mangiato, poi ho ripulito il tavolino che avevo ricoperto di molliche. Mangio in modo un po' goffo, l'ho sempre fatto, e credo che sempre lo farò.
Poi mi sono alzato. Prima di pagare ho lanciato un'occhiata ai giornali. Deformazione professionale, autolesionismo: difficile capire quale delle due. In sottofondo, la radio stava finendo di suonare la canzone di turno. Poi il deejay. Le sue parole, il mio sussulto.

"...E vi ricordiamo la triste notizia della scomparsa di Mike Bongiorno".

Poco prima di uscire dalla redazione avevo fatto il solito giro su Facebook. Mi era capitato di leggere uno stato: "ciao mike :(". Non gli avevo dato peso. Un altro amico avevo pubblicato una foto dell'uomo della tv. Anzi, dell'uomo-tv. In quel bar la rivelazione. Il due più due. Che improvvisamente aveva cominciato a fare quattro.

Di seguito la mia reazione. Lo scatto all'indietro, un po' sulla destra. Con lo sguardo che quasi quasi cercava la cassa della radio per chiedere chiarimenti. Mi sono accorto di averci messo un sacco d'enfasi. Ero pieno di stupore. E ho immaginato che il barista, così intento a non far nulla, mi stesse guardando da dietro il bancone. Mi sono voltato e ne ho avuto la conferma. Annuiva. Mi faceva capire che lui già lo sapeva.

Non ho provato un vero dispiacere, ma mi è sembrato tutto molto strano. Io sono cresciuto a pane e tv. E oggi, tra focaccia e radio, vengo a sapere che il simbolo di quella tv amica, compagna e tutrice, è scomparso. Non c'è più. A ottantacinque anni. La sua età me la ricordavo bene, perché è la stessa di mio nonno. Ho provato un brivido. E' un pensiero che rende più strana una sensazione già di per sé surreale.

"Il bagno è riservato ai clienti del bar". La frase campeggiava su una porta all'angolo del bancone. Una scritta che sa di privilegio. Di qualcosa per pochi. Di qualcosa che ti devi guadagnare. Credo che anche la vita di Mike, almeno quella del mestiere e del denaro, fosse qualcosa di esclusivo. Un bene di lusso conquistato con il tempo, tra luci e ombre.
A me mancherà, nella misura in cui può mancare un amichetto d'infanzia che ogni tanto ti parlava da dentro una scatola marrone. Ripensarci oggi mi provoca una leggerissima nostalgia. Per un tempo che è solo un piccolo grande ricordo, per abitudini sotterrate sotto una montagna di virtualità sempre più alta. E capisci come le cose cambino, come il nuovo avanzi. E che del vecchio, in fin dei conti, avanzi sempre meno. Se non una nuvola, un coccodrillo di carta. E tanta, tanta allegria.

venerdì, 04 settembre 2009
giovedì, 03 settembre 2009

Sono tornati. I miei processi alle intenzioni sono tornati. La voglia di fare. Di strafare. Di vivere. Di stravivere. E' tutto un ritorno di fiamma.

Ieri sera ho vegetato in casa, da bravo vegetale stanco delle poche fotosintesi del giorno. Fuori dal balcone, solo una fila d'alberi mi separava dall'evento. La prima partita della stagione di una squadra di basket in cerca di riscatto. La squadra per cui simpatizzo da anni. Ma io no, sono rimasto dentro quelle quattro mura. Calde, tirava poca aria.

La testa ha ripreso i suoi ritmi, anche se forse non li aveva mai lasciati. La testa vuole, la testa dovrà fare tanto. La testa è un fuoco. Per ora la lascerò libera di bruciare, di sfornare stimoli, idee. Quando sarà troppo, lavorerò di estintore. Anche se spegnerla, no, quello non si fa. Non si può. Contronatura non si va.

mercoledì, 02 settembre 2009
martedì, 01 settembre 2009

Lo straniamento ti fa sentire straniero, specialmente se sei appena arrivato in un posto nuovo. Ogni città ha la sua voce, i suoi sussulti. Il suo odore. E ogni volta è diverso. Ogni volta ti senti strano. Straniero. Straniato.

Una nuova meta, una metropoli più piccola. Più a misura d'uomo. Eppure al mio arrivo mi sono sentito estraneo, mi son sentito uomo tra gli uomini. Uomini altri. Io, scaraventato in questo nuovo mondo. Loro, con le loro facce tutte uguali.

E' pazzesco, gli abitanti di questa città li riconosci con un colpo d'occhio. Uno solo. Li vedi lì, con la loro parlata, con il loro modo di tenere la bocca. Una bocca arrovellata su se stessa. Gentile. Cortese. Che ti fa sentire ospite nonostante tu sia straniero. Che ti fa annusare quella fragranza di nuovo, che ti avvolge anche se non vuoi. E che ti punge, ti confonde. Ti strania. Ma che in fondo ti ricorda che la vita ha il suo odore, non quello che vorresti che avesse. E che ti deve piacere, ti deve soddisfare. Ti deve far sentire uomo, un uomo libero, anche se nell'aria sente che le cose non stanno così.

domenica, 30 agosto 2009
L'estate ha deciso di venire via con me. Si è fatto un po' più freddo, segno che ha già fatto la valigia. Al contrario di me, che domani parto per Bologna e non ho ancora preparato nulla.

Forse la testa, quella sì. Non credevo, ma mi sento pronto ad andare. Abbastanza, diciamo. Sento che qua l'aria è cambiata davvero. Il mio mare odora già di autunno. Anche se immagino sia solo una sensazione passeggera.

Persone, cose, animali. Quelli sì, mi dispiace lasciarli. Ma tornerò, tornerò spesso. Per loro, ma anche per me. Per me che comincia una nuova avventura, e che non so ancora che faccia fare quando ci penso.

Andrà tutto bene, mi dico. O perlomeno, terrò la testa alta. Sempre. Quello sì.
giovedì, 27 agosto 2009
Donnie e Samantha Darko sono parenti, ma potrebbero anche non esserlo. E così i due film che li vedono protagonisti. Il primo, cult indiscusso già entrato nella storia del cinema. Il secondo, un sequel che ricalca il suo predecessore ma che poi s'inventa dell'altro. Fino a che non deraglia.

S. Darko cattura solo una parte dell'essenza del film precedente. Raccoglie l'idea della ricorsività temporale, dell'umana necessità di credere in una seconda chance. Ma si dimentica di ereditarne l'intensità. Il senso. Non perché a scavare non si riesca a dare un nesso alla lunga serie di eventi e di riscritture degli stessi, ma perché alla fine di tanta complessità e di tanti ripensamenti non resta che la sensazione che sia stato soltanto un grande gioco. Un esercizio di stile basato sulle stesse fondamenta dell'altro, ma con un risultato naif, pieno di tasselli difficilmente ordinabili. E soprattutto, senza la stessa profondità di significato. La critica sociale e religiosa viene inserita ma poi lasciata un po' al suo destino. L'eroismo del gesto sacrificale si ripete più volte quasi fosse contingente. Senza lo stesso spessore, senza lo stesso impatto che gli veniva dato nel primo capitolo.

Di certo fare di meglio non era cosa facile. Donnie Darko ha affascinato (e scervellato) le platee di mezzo mondo, e migliorarne l'epopea a distanza di anni sarebbe stato quasi miracoloso. Anche perché la trama era già di per sé un cerchio dai contorni sfumati, ma comunque in grado di chiudersi e di farsi amare così com'era. Continuare era un rischio, un pericolo che non si è riusciti a scampare. Belle le immagini, buone le musiche, ben ritmata la regia. Ma della trama originale non resta che un'imitazione basata su parentele pretestuose e su alcune simpatiche citazioni. Con l'aggiunta di scene irreali dovute a una sceneggiatura pigra e di recitazioni non sempre all'altezza. Oltre a un certo vizio di trasformare gli attori in pin up con la fissa del bello e dannato.